Vademecum sociale maschile e rapporti con l’altro sessoNel 1700 la società era rigidamente divisa, oltre che in un sistema gerarchico, anche in base al genere. Se consideriamo il termine
uomo, veniamo infatti a scoprire che, secondo l’opinione dell’epoca solo il sesso maschile era veramente considerato tale; le donne non erano considerate esseri umani completi, e perciò erano subordinate agli uomini e, secondo la legge, dovevano da loro essere guidate in tutto.
Gli uomini venivano, sin da piccoli, educati e cresciuti in visione della vita
pubblica e attiva che dovevano condurre da adulti.
Quale che fosse la loro condizione, occorre tener presente che la responsabilità del mantenimento della famiglia, collante fondamentale della società dell’epoca, nonché la guida della stessa sarebbero ricadute interamente sulle loro spalle; inoltre, benché in Inghilterra non fosse in vigore la legge salica e nonostante una donna potesse essere regina regnante per proprio diritto, occorre ricordare che il Parlamento, il Consiglio della Corona, il sistema giudiziario, la Corte d’Alta Commissione, l’esercito e in breve tutte le cariche pubbliche, politiche e burocratiche che costituivano il governo del paese erano d’assoluto appannaggio maschile.
Per questo motivo si inculcava nella mente dei fanciulli l’idea che dovevano essere duri, stoici, e non mostrare mai i propri sentimenti con franchezza. I metodi utilizzati per veicolare questi valori innaturali spaziavano dalle punizioni alla brutalità.
Inoltre, gli uomini perdevano il rispetto della società molto più difficilmente rispetto alle donne: era sufficiente che si comportassero in modo conforme alla propria virilità; potevano svolgere la professione favorita, bere, tradire la consorte, disporre liberamente delle proprie possibilità sessuali (sovente col beneplacito della consorte, della madre o delle altre donne della propria famiglia, bisognevoli di protezione).
Ovviamente vi erano significative differenze sia d’educazione che di comportamento a seconda della classe sociale d’appartenenza; vediamo di esplorare le direttrici del galateo sociale maschile dei contadini e della media e bassa borghesia (con quella parte del clero che entrava a far parte di quest’ultima categoria).
Contadini e membri della media e bassa borghesia tendevano a seguire le regole del galateo in modo più “beghino” e rigoroso, basandosi su una morale rigida e tradizionalista, di stampo religioso. L’uomo era posto sopra la donna per diritto divino, e doveva comandarla e guidarla. Similmente accadeva per il lavoro: l’uomo lavorava umilmente nei campi, come artigiano, mercante o altro impiego (che comunque non gli conferiva un reddito tale da giustificarne l’annoverazione in un ceto più elevato) e provvedeva alla famiglia.
Il comportamento nei confronti della donna rispecchiava questo atteggiamento: egli la proteggeva, ma perché la sua educazione lo portava a considerarla come un essere sciocco e incompleto. Comportamenti cerimoniosi come aprire porte, scostare sedie, togliersi il cappello e una certa patina di gentilezza, sia pur ruvida ed esponenziale all’elevatezza dell’educazione, erano considerati normali e incoraggiati in tutte le sfere sociali di questa categoria, dal contadino al mercante, passando per l’artigiano o il piccolo proprietario terriero privo di titolo.
In ogni caso, la donna andava protetta solo quando rispondeva ai canoni comportamentali che la società imponeva per lei: prostitute, nubili con figli, donne travolte dallo scandalo, lavoratrici senza protezione del marito o dei fratelli, fanciulle senza dote o prospettive
non erano comprese nelle categorie degne di rispetto, specialmente dal punto di vista sessuale o sentimentale. Ad esempio, se una donna non vergine e non sposata veniva stuprata, lo stupratore non era considerato tale e veniva automaticamente assolto. In situazioni di questo genere, la ragazza era costretta a sposare il suo stupratore per conservare
l’onore; altrimenti, in genere buttata fuori dalla famiglia d’origine, finiva sulla strada costretta a soddisfare sessualmente simili di coloro che le avevano rovinato la vita, svolgendo il mestiere più antico del mondo.
Ciò non significa che non ci fossero uomini che si comportavano con garbo anche verso le esponenti di queste categorie, ma quel che intendo dire è che coloro che non lo facevano raramente andavano incontro al biasimo generale.
Le donne stesse, la maggior parte delle volte, legittimavano questi comportamenti altamente discriminatori, ritenendoli del tutto nella norma.
Per quel che riguarda le classi dominanti, ossia in questo periodo principalmente l’alta aristocrazia, le sfumature di significato erano differenti.
Gli uomini ricevevano un’educazione raffinata, di stampo o umanistico (che prevedeva un’educazione in casa con precettori a partire dai cinque anni per terminare con l’università) o militare (che prevedeva la prima educazione sempre con precettori, per poi dopo i dieci anni l’iscrizione a un rinomato college militare, tipo Eton). Raramente erano preparati ad amministrare le proprie proprietà: la ricchezza dell’aristocrazia dell’epoca, principalmente fondiaria, veniva gestita tramite amministratori. Come ho già detto nella puntata precedente, per un nobile era considerato assolutamente volgare parlare di soldi e lavorare; i pochi che lo facevano stavano ben attenti a nasconderlo. Un’eccezione a tale regola non scritta è costituita dalla carriera politica e militare.
Tuttavia, l’educazione di livello elevato che ricevevano non serviva a fare di un uomo mediocre un individuo interessante, anzi.
La vita dei ricchi nobiluomini, quindi, si componeva pressoché esclusivamente di divertimenti, corteggiamenti, passatempi assortiti e viaggi su e giù per l’Europa (in particolare il cosiddetto
grand tour, che si compiva a completamento della propria educazione, tra i diciotto e i ventuno anni d’età): spesso anche la carriera politica era vista più come un intermezzo per impiegare il proprio tempo che come un’occupazione vera e propria.
C’è anche un cambio d’atteggiamento nei confronti del sesso femminile: a partire dal visconte in su, le donne erano considerate estremamente importanti; non perché individui completi o alla pari con l’uomo, assolutamente no, ma perché in genere portavano con sé doti, titoli e grandi patrimoni. Quindi la galanteria nei confronti di una donna (la
cavalleria, appunto) era considerata un vanto per ogni nobiluomo. Solo, però, nei confronti delle donne della propria classe sociale: per quelle di ceto inferiore, il rispetto era incoraggiato ma non obbligatorio. Non è raro che ricchi aristocratici si prendessero come amanti - o violentassero addirittura - giovani di ceto borghese o, peggio, contadino; e tutto questo praticamente senza timore di alcuna ritorsione legale o sociale (al limite, una blanda disapprovazione).
Vademecum sociale femminile e rapporti con l’altro sessoSimilmente a quanto già affermato nel precedente paragrafo, le donne non erano considerate realmente esseri umani, ma esseri umani incompleti, immaturi, con capacità strettamente limitate rispetto all’essere umano completo, l’uomo.
La religione e la legge legittimavano questa posizione, anche se c’erano o si sviluppavano in quegli anni casi di donne eccezionali e intelligenti che smentivano in pieno queste posizioni diffuse.
Ad esempio, vi furono proprio in quel periodo la celeberrima grecista e poetessa, Clotilde Tambroni, nata nel 1758 che alla fine del secolo occupò la cattedra di Lingua e Letteratura Greca all’Università di Bologna, Émilie Le Tonnelier de Breteuil, marchesa du Châtelet, intelligentissima nobildonna francese, compagna di vita del filosofo Voltaire, che svolse ricerche personali nel campo della matematica e della fisica (dimostrò che l’energia di un oggetto in movimento è proporzionale alla sua massa e al quadrato della velocità mentre fino a quel tempo si era ritenuto che l'energia fosse direttamente proporzionale alla velocità), e tradusse in francese per la prima volta le opere di Newton e Leibniz, Maria Gaetana Agnesi che pubblicò a soli nove anni un’orazione in latino che chiedeva l’apertura alle donne dell’istruzione superiore e che venne chiamata da papa Benedetto XIV a insegnare matematica a Bologna, ma che rifiutò la carica, Anna Maria Pellegrini Amoretti, la prima donna laureata in giurisprudenza a Pavia, che a soli quindici anni discuteva di filosofia e fisica con i più grandi luminari del suo tempo. Tra le altre ricordiamo anche Maria dalle Donne, laureatasi in medicina e ostetricia, occupante della cattedra di Medicina a Bologna.
Dobbiamo inoltre ricordare alcuni fulgidi esempi contemporanei al nostro GdR di governanti donne che hanno reso grandi i loro Paesi: Maria Teresa d’Asburgo, imperatrice d’Austria, e Caterina II di Russia, detta “la Grande”.
Per non citare gli innumerevoli – ma purtroppo troppo pochi per sconfiggere la miope morale vigente allora – esempi di emancipazione femminile dei secoli precedenti.
Purtroppo, nonostante si stesse diffondendo un certo germe del mutamento di mentalità che, a cavallo tra ottocento e novecento, avrebbe portato ai movimenti per l’emancipazione femminile, in questo periodo le donne erano tenute “al guinzaglio” per il loro stesso bene.
C’è una forte dicotomia tra classi sociali, con forti disparità di trattamento tra classi inferiori e ceti dominanti soprattutto nel trattamento riservato alle donne.
Nelle classi inferiori il contegno delle donne doveva essere improntato al decoro, alla religiosità, alla modestia, all’umiltà, alla pudicizia e all’obbedienza. Sottomesse al padre da nubili, al marito da spose e al primogenito maschio da vedove, queste donne non avevano diritti né sociali né politici, eccetto il mantenimento e
“protezione”, ossia la garanzia di far parte nei pochi piaceri e protette dai molti rischi di quella stessa società che le opprimeva senza che se ne accorgessero.
Nella società inglese degli anni ’80 del Settecento, l’unico modo per una donna di acquistare dignità sociale (eccetto, stabilendo un parallelismo religioso, diventare badessa di qualche abbazia) era il matrimonio, strettamente o meno connesso con la nascita: la felicità e la realizzazione di una donna dipendevano essenzialmente dal marito e dalla prole, le uniche fonti di soddisfazione l’accudimento della famiglia e il ruolo di “angelo del focolare”.
In genere lo sposo era scelto dai genitori, soprattutto dal padre; bisogna poi considerare che una donna per essere un buon partito doveva avere caratteristiche di prolificità, rispettabilità famigliare, una dote e un corredo adeguati alla sua posizione. La dote era una somma di denaro che veniva versata alla famiglia dello sposo e che era nella disponibilità di entrambi (anche se amministrata da lui, in genere), il corredo una quantità di abiti, biancheria di vestiario e da letto, servizi di piatti, posate, da tè e, quando possibile, gioielli, quadri, tappeti, arazzi o altri oggetti preziosi, che accompagnavano la sposa nella sua vita matrimoniale e che sarebbero poi passati alla (o alle) figlie.
Nelle classi inferiori (soprattutto contadine), ovviamente, a gran parte di queste cose si soprassedeva; accadeva frequentemente che gli sposi si “scegliessero” da sé (erano frequentissimi i matrimoni riparatori), in genere la sposa aveva solo un corredo. Presso artigiani e piccoli mercanti, in genere le ragazze erano anche dotate di piccole somme di dote; tuttavia, più il patrimonio e il prestigio sociale della famiglia aumentavano, più la libertà di scegliersi lo sposo o la sposa diminuivano.
Per i ceti dominanti, soprattutto nobiliari, quindi, in questo periodo, le cose per le donne funzionavano diversamente. Decoro, senso religiosi, modestia, pudore e remissività erano caratteristiche fortemente apprezzate, ma non obbligatorie: l’
educazione muliebre era la cosa più importante, cioè l’abilità di dirigere ampie schiere di servitori, di conoscere gli usi di società, di danzare e far figurare la famiglia di acquisto come quella di provenienza. La donna (madre, moglie o figlia) era poco più che un fertile oggetto decorativo per la famiglia di appartenenza.
La capacità di procacciarsi un buon marito era coltivata in queste fanciulle sin dall’infanzia, perché potessero attirare a sé un partito di pari condizione o superiore.
Le unioni erano, comunque, negoziate dalla famiglia, dal padre soprattutto; oltre ai contatti sociali, alle ricchezze e alle connessioni politiche che la sposa portava con sé, era soprattutto essenziale la
prolificità, ossia la capacità di generare un erede maschio che perpetuasse il nome del marito.
La sposa doveva essere un modello di fedeltà e rigore sino alla nascita del primo figlio maschio (preferibilmente, era meglio se fossero stati due: la mortalità infantile a quei tempi era così alta che con un solo maschio una famiglia non poteva comunque essere sicura di avere la successione). Dopodiché, dato che la maggior parte dei matrimoni nobiliari erano contratti per interesse, si chiudeva un occhio se la moglie si sceglieva un amante, purché lo facesse con discrezione e senza esibire la cosa. Infatti, in questa società (ricordiamolo bene, perché è fondamentale)
non era importante ciò che si sapeva, ma che se ne parlasse.
La castità prematrimoniale era di vitale importanza per le ragazze di nobile famiglia (anche per quelle di estrazione meno elevata, ma nei ceti inferiori il controllo religioso e morale era così chiuso che questa castità non creava problemi dopo il matrimonio, perché si perpetuava) perché garantiva allo sposo che i figli che la ragazza avrebbe avuto in seguito sarebbero stati solo suoi e che lei era abituata ad obbedire. Il fatto che nell’alta società era tacitamente permesso che le donne si prendessero degli amanti purché non l’ostentassero, in realtà, non significa che ciò fosse permesso in tutti i casi.
Spesso, obbedendo a quella che (spiegata nel paragrafo successivo) è chiamata
doppia morale, gli uomini trovavano più che lecito tradire la moglie, perdere la verginità prima del matrimonio, avere una o più amanti all’interno di esso, anche in stato di concubinato (cioè di doppia coabitazione con l’amante e la moglie), ma non accettavano che l’innocente sposa rendesse loro la pariglia. Lo trovavano, secondo la morale maschile dell’epoca improntata su un concetto fallace di virilità basato su un falso stoicismo e quintali di malcelato orgoglio e sentimento di superiorità ingiustificato, assolutamente umiliante, e inaccettabile.
Per chi di voi ha visto il film
”La Duchessa” (2009, per la regia di Saul Dibb con Keira Knightley, Ralph Fiennes e Charlotte Rampling) o ha letto qualche biografia della disgraziatissima Georgiana Spencer Cavendish, duchessa di Devonshire, la situazione matrimoniale di questa nobildonna che dominò le scene dell’alta società londinese nell’ultimo ventennio del Settecento (quindi l’epoca del nostro GdR) è assolutamente esemplificativa di quanto ho inteso spiegarvi: il marito ha moltissime amanti, ha avuto una figlia fuori dal matrimonio prima di sposarsi e costringe la moglie ad allevarla e, quando Georgiana trova una migliore amica in Lady Elizabeth Foster, lui ne fa la sua “amante ufficiale” insediandola stabilmente a Devonshire Hall dove vivono tutti insieme in un malinteso
ménage a trois.
L’apparente e prolungata incapacità di Lady Georgiana di dare al marito un figlio maschio (fatto vero) raffreddò progressivamente ma inesorabilmente i rapporti tra i due coniugi, già compromessi dall’inizio a causa della differenza d’età tra i due e dalla riservatezza e indifferenza persino eccessive di lui (soprattutto se paragonate al fascino e all’espansività di lei); così quando Georgiana si prese come amante Sir Charles Grey (destinato, nel 1830 – molto tempo dopo la morte della duchessa – a diventare primo ministro per il partito dei Whigs) il marito rimase scioccato non tanto dal fatto che la moglie avesse un amante, ma che l’avesse fatto prima di dargli un maschio, e che ostentasse questo legame senza il minimo pudore.
In seguito alla nascita dell’erede, pur trattandola con plateale freddezza, costringendola alla coabitazione con Lady Elizabeth (che peraltro Georgiana continuò a considerare propria amica, in uno strano rapporto di amore-odio che continuò sino alla sua morte) e criticandola per le sue forti spese e debiti di gioco, non si dimostrò più tanto intransigente nei riguardi della vita sentimentale della moglie.
Il comportamento del duca di Devonshire è comprensibile alla luce del concetto che esporrò nel seguente paragrafo, già accennato in precedenza: quello sulla “
doppia morale”.
La doppia moraleLa doppia etica o morale sessuale secondo il genere (definita di solito "doppio standard") ha dominato la sessualità in tutta Europa fino alle generazioni nate negli anni '20 del secolo scorso, regolando rigidamente nel tempo e nello spazio le differenze di genere, con lo scopo principale, in un'epoca in cui non erano disponibili metodi contraccettivi efficaci, di preservare le ragazze dallo spauracchio delle gravidanze pre-nuziali. Per la gran parte delle donne i primi rapporti sessuali completi erano vissuti quasi sempre con il marito (o futuro tale) in coincidenza con il matrimonio o precedendolo di poco. Per gli uomini c'era maggiore libertà, con rapporti pre-nuziali ed extramatrimoniali vissuti di solito con donne più anziane o addirittura con prostitute (l’iniziazione sessuale di un giovane con una meretrice era un rito di passaggio irrinunciabile).
Sostanzialmente, le donne dovevano essere dei capolavori di purezza e di castità, mai un cedimento, mai un pettegolezzo (tranne nelle eccezioni previste dalla società stessa); il rischio in cui incorrevano se non avessero obbedito a tali precetti era terribile: l’espulsione dalla famiglia d’origine, la perdita della “protezione” maschile che questa garantiva loro e la conseguente trasformazione in quelle che all’epoca si chiamavano “donne perdute” o “traviate”. Per questo motivo, i “matrimoni riparatori” erano frequentissimi.
Ma una donna poteva essere “compromessa” in molte maniere, non tutte prevedenti esplicitamente un rapporto sessuale completo: essere scoperte ad amoreggiare, baciare, essere viste discinte o addirittura ad abbracciare qualcuno poteva comportare la rovina immediata a meno di un fidanzamento tempestivo. Anche per questo motivo le fanciulle e le donne sposate di buona famiglia non uscivano mai da sole, ma accompagnate da cameriere, dame di compagnia o altre figure femminili che avevano funzione di
chaperon (leggete bene questo punto, perché mi sembra che sfugga a quasi tutte le ruolanti di questo GdR, le quali fanno comportare i propri personaggi femminili come se fossimo nel XXI secolo!).
Ciò non significa che non ci fossero delle eccezioni a queste regole, ma erano figure eccentriche, eternamente destinate alla maldicenza o all’emarginazione sociale, che rischiavano di rimanere nubili e perciò di trasformarsi in esseri inutili per la società.

"Homo sum: humano nihil a me alienum puto." Terenzio
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