Titolo: Possesso
Autore: RodelindaSpoiler: sì e no... si capisce leggendo. Comunque, il sommario di ciò che è successo nell'episodio ivi narrato è già stato rivelato all'interno del GdR.
Personaggio principale: Lord Henry Audley-BarclayAltri personaggi: Calanthe-Célimene Poqueline de Pontneuf e Alexandre Chantron
WARNINGS: il contenuto della presente fanfic è piuttosto forte (tracce di lemon, incest e linguaggio pesante), quindi se questi elementi possono turbarvi o non rientrate nella soglia d'età consentita NON LEGGETE!***
« Io non tollero che si tocchi ciò che è mio », la mia voce è un basso ringhio, mentre scaglio il guanto sulla faccia – ancora macchiata di colore – di questo imbrattatele.
Lui mi fissa, in un balenare di grandi occhi color miele; al suo fianco, l’oggetto del contenzioso – Célimene - non perde tempo.
Si alza da quel… giaciglio?, quel triclinio su cui sono affastellati drappi e lenzuola, quello su cui si stava facendo ritrarre poco prima di cedere alle voglie del suo nuovo
scaldaletto.
« Io non sono
tua! » urla, scattando in piedi, senza nemmeno cercare di coprirsi. Avanza verso di me, le mani sui fianchi, le gambe divaricate e ben piantate in terra, i capelli lunghi e scuri incollati a ciocche sul corpo ancora sudato e accaldato.
Presumo che, a percorrerlo, si possano ancora trovarvi le tracce dell’amplesso che hanno appena consumato, delle dita che si sono aggrappate alla carne, delle labbra che hanno succhiato, leccato e baciato quella pelle candida, quelle vene in evidenza (un insulto alla salute, che un colorito tanto malsano appartenga a una persona tanto…
resistente). Quell’amplesso che, non visto, ho osservato da dietro la porta; inseguendo i continui
ti amo che lui le sussurrava, attendendo
quella risposta che non doveva arrivare. Quella risposta che, invece, è arrivata. Quel
Ti amo, ‘fanculo! gridato tra gli spasmi, mentre lui spingeva e lei si contorceva aggrappandosi alle sue spalle, e ansimava, e gemeva.
Quell’amplesso che io ho interrotto. Non tollero che si tocchi ciò che è mio; non tollero che
si ami ciò che
amo.
« Non sei mia? » domando, colando sarcasmo. « Ho appena sfidato il tuo… amante a un duello all’ultimo sangue, e l’unica cosa che sai dire è:
“Io non sono tua”? » osservo, sibilando tra i denti. « Quanti minuti fa… quattro?, gli urlavi di amarlo, e adesso l’unica cosa su cui hai da ridire è un concetto di
possesso? »
A queste parole, Célimene si infuria ancor più di quanto prima già non fosse. Mi afferra per il fiocco della cravatta, costringendomi ad abbassarmi per guardarla negli occhi, due sfere blu quasi inghiottite dal nero delle pupille.
« Sì, e se vuoi te lo ripeto:
io.non.sono.tua. » mi latra, a voce bassa, facendo uscire faticosamente le parole dalla bocca contratta. « Non lo sono stata, non lo sarò mai: io sono solo
io, e perciò di nessuno. E, se voglio prendermi un amante, se voglio
amare quest’amante, ho il diritto di farlo » sbotta. « E tu… tu non lo ucciderai! »
La sua decisione mi muove al riso; ma è un riso amaro, più simile a un ruggito.
« Stupida testolina! » ribatto, esacerbato. « Non lo vedi? Tu ami
te stessa attraverso di
lui! »
E, proprio il lui di cui si sta parlando – l’imbrattatele – sceglie quel momento per alzarsi in piedi, pudicamente avvolto in un drappo, e fare la sua arringa.
« Non vi permetto di parlarle in questo modo! » esclama. « E, se richiedete soddisfazione, sarò lieto di concedervela con l’arma che preferite, dietro il Lussemburgo* alle sei di domattina. All’ultimo sangue, se volete.»
Célimene non lo degna di uno sguardo.
« Non… non è affatto vero! » strilla. Ma c’è una pagliuzza… d’incertezza, nel suo tono.
Il pittore s’intromette nuovamente, in questa faccenda che
non lo riguarda, dicendo la sua.
« Siete disgustoso! » urla. « Solo perché siete…
suo nonno, credete di poter decidere dei suoi sentimenti? Lei è sotto la vostra tutela, e allora? » farebbe quasi ridere, questo suo impeto romantico alla Goethe, se solo non fosse così fuori luogo, data la situazione. « Sono un semplice pittore, è vero. Ma posso offrirle un cuore sincero, una ricchezza che lei certamente non troverà in qualche nobilastro più ricco di denaro e vizi che d’amore.»
Mi scappa uno sbuffo a metà tra il riso e l’insofferenza.
Ma donde esce costui?, penso.
Da un melodramma di quart’ordine?Lui mi ignora; forse lo sguardo – stupefatto – di Célimene, rivolto finalmente verso di sé, gli ha dato coraggio, perché continua: « Se è la perdita dell’onore di Calanthe, ciò che vi turba a tal punto» … e in quale crescendo d’idiozia!, « vi chiedo, immediatamente, l’onore della sua mano. In fondo, non sarà difficile ottenere una baronia dalla Corona, e far aggiungere al mio il titolo di mia moglie. »
È una soluzione ragionevole… o meglio, lo sarebbe se quest’individuo avesse compreso appieno la situazione.
Célimene lo fissa, ancor più stupita. È forse una delle prime proposte di matrimonio del tutto sincere che abbia ricevuto, e i sentimenti che nutre – o
crede di nutrire, il che in questo momento esagitato fa lo stesso – la spingerebbero ad accettare.
Ma è… è l’ingenuità di quest’uomo, questo pittore, che rende tutto paradossale. La credeva vergine. La crede innamorata. La crede innocente…
ci crede innocenti.
Agisco.
Afferro Cèlimene per i capelli e me la premo al petto. La sento rabbrividire, al tocco della schiena accaldata e nuda sui bottoni d’argento del mio panciotto, la sento fremere, quando il mio braccio destro scende a coprirle i seni in un abbraccio possessivo, e l’altro le reclina di forza la testa contro la mia spalla.
« La vedete, questa donna? » ansimo, brutale, per lo sforzo di impedirle di spostarsi. Le strattono i capelli, più forte, e un gemito di dolore lascia le sue labbra, ancora gonfie di baci e ammaccate di morsi.« La vedete? È una puttana. Una sgualdrina. Si è sverginata a quattordici anni, è stata cacciata da tre principati in Germania perché sorpresa in mezzo a un’orgia, ed era la Baccante in capo. È stata con donne e con uomini, l’ha data a mezzo mondo. Credevate sul serio di essere
il primo? » rido, sarcastico.
Lascio scorrere un dito della mano libera, lentamente, pigramente dal fianco sino ai ricci del suo pube; Célimene non capisce dove voglio andare a parare, è paralizzata dallo stupore, dalla paura, da… non lo so neanch’io. Le stringo un seno con la mano che lo copre, forte, possessivo. Lei geme; ma non è più di dolore, stavolta. Lei geme, e dice un nome, che suona come una dichiarazione di colpevolezza.
Le sue labbra si aprono, ancora arrossate dai baci del pittore, e dicono: «
Henry… »
Sconvolto. È l’unica parola che mi viene in mente per descrivere l’espressione dell’artista, in questo momento.
Forse, con un angolo del suo cervello, inizia a capire cosa stia succedendo veramente, inizia a capire che in questo tribunale gli accusatori sono colpevoli e l’imputato è innocente.
Ma non è il suo cervello a comprendere in pieno la portata di quelle due sillabe, né di quei gesti, di quel fremere di piacere dell’
animale donna tra le mie braccia, è
il suo cuore. Ed esso non vede ciò che dovrebbe vedere, ma solo l’amore per la donna che ama.
Mi guarda, mi fissa.
« Siete… siete
un mostro… » sussurra, scioccato. È come se non riuscisse a digerire la portata di tutto quello che gli si sta dispiegando davanti, non fino in fondo. L’inganno è tale che pare avesse iniziato a mangiare quella che credeva una sontuosa torta, e avesse scoperto che sa di arrosto e patate ammuffite.
Io non rispondo a quella tacita considerazione.
Abbasso gli occhi sul corpo di Célimene, lucido di sudore; immergo il viso nei suoi capelli, aspirando il suo profumo distorto, verbena mescolata a sesso. Mi da’ alla testa.
Lei si morde il labbro inferiore, se lo morde a sangue; e io gliel’impedisco. Le afferro la testa con una mano, gliela reclino ancor più all’indietro, osservando l’angolazione candida e pericolosa del suo collo, la giugulare pulsante.
E la bacio, forte, con violenza, premendo le mie labbra sulle sue, forzandole con la lingua. Tutto, nei miei gesti, urla
possesso, non altro. Solo puro e semplice possesso.
Quando la rilascio, il pittore è ancora lì, a fissarci.
E non vede che lei ha aperto le labbra, non vede lei che freme, e geme, e spinge il pube verso la mia mano, in un riflesso incondizionato che sa d’abitudine.
La lascio andare, e lei si accascia a terra come una bambola rotta e accaldata, quei fiumi di capelli a coprire il suo corpo, ora grottescamente piccolo. E lui si slancia accanto a lei, le prende la mano, le accarezza il viso, la stringe a sé. Célimene rimane inerte.
« Vieni via. Con me » le propone, dolcemente. « Lascia questo mostro, quest’uomo orrendo. Le vedi le cose che
ti costringe a fare? Vedi cos’ha fatto di te, del tuo affetto, della tua devozione? Lui è un essere orribile, una perversione, e brucerà all’inferno. Vieni via con me »
Lei non risponde. Lui la prende tra le braccia e la scuote.
« Libera, Calanthe! Vieni via con me, andiamocene
ora! » esclama, urla quasi. « Libera! »
Lei alza il viso su di lui, stancamente. I suoi occhi sono vuoti, lontani, vitrei, e lui la lascia andare. È come se la
vedesse veramente, per la prima volta.
« Non posso, Aléxandre » risponde. « E non voglio. »
Lui rimane lì, sconcertato. Célimene non reagisce come si aspettava.
« Perché? » trova dopo diversi minuti, finalmente, la forza di domandare.
Lei continua a sostenere il suo sguardo.
« Perché
sono sua. »
Il pittore si alza, sconvolto. Scuote la testa, senza più fissarla, e si dirige verso la porta.
« Domani, alle sei, al Lussemburgo. Le pistole. Sarai libera» le promette, prima di uscire.
« Lo dirà a tutti » osservazione fatta stancamente.
« Non preoccuparti » la mia è una promessa d’altro tipo. È un completamento delle nostre rispettive distorsioni e storture. « Domani lo ammazzo. »
*Lussemburgo= ovviamente, Alexandre Chantron qui si riferisce al Jardin du Luxembourg, il parco parigino, non alla nazione.
"Homo sum: humano nihil a me alienum puto." Terenzio
***Creativa, censore e amministratore di

e affezionata utente di
e 