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Quarta Puntata: il Duello, un'istituzione sociale
CAT_IMG Posted on 1/10/2009, 15:04Quote
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Quarta puntata: il duello, un’istituzione sociale

In previsione dei prossimi sviluppi di questo GdR (non vi sveliamo nulla!, ma solo che sarà appassionante), trovo auspicabile pubblicare un articolo che chiarisca il più possibile un aspetto comune dell’alta società settecentesca che, al giorno d’oggi, pare grottesca, barbara e quantomeno inconcepibile: il duello

A livello tecnico, un duello è un tipo di combattimento formalizzato tra due persone.
Nelle modalità in cui è stato praticato dal XV al XX secolo nelle società occidentali, un duello ricade sotto una precisa definizione: un combattimento consensuale e prestabilito, che scaturisce per la difesa dell'onore e della rispettabilità, tra due contendenti armati, dotati di armi uguali e di uguale potenzialità letale, svolto secondo regole accettate in modo esplicito o implicito, generalmente accompagnato da secondi, o padrini (accompagnatori ai quali può essere consentito di prendere parte al combattimento), e in aperta contravvenzione della legge.

Il duello ha luogo generalmente su richiesta di uno dei contendenti (lo sfidante) per vendicare un insulto di grave entità, e tale da ledere la rispettabilità di chi lo subisce. Motivazioni comuni, nel settecento, per sfidare a duello qualcuno potevano essere il mancato rispetto (cioè di comportamenti che andavano dall’insulto velato o diretto alla seduzione) di una donna della famiglia (madre, moglie o sorella) o di un’amante, il mancato rispetto personale, debiti di gioco, insulti, calunnie o accuse fondate che minavano la propria rispettabilità (se lo sfidato accusatore perdeva, in questo caso, ritirava le accuse, anche se legittime).
L'obiettivo del duello non è tanto uccidere l'avversario quanto ottenere soddisfazione, ovvero ristabilire l'onore e la rispettabilità dimostrando la ferma volontà di mettere in gioco la propria incolumità per esse.
I duelli si distinguono dalla pratica – peraltro squisitamente medievale - del processo per combattimento, poiché il duello non mira a stabilire la ragione di una delle parti, e non è un procedimento legalmente accettato.
Infatti, il duello è per eccellenza un'azione illegale, anche se in molte società in cui il duello era socialmente accettato i partecipanti venivano raramente perseguiti – o comunque non imprigionati in seguito a processo.
Poiché l'onore era per antonomasia la virtù dei soli gentiluomini, solo questi erano considerati qualificati per prendere parte a un duello. Se un gentiluomo fosse stato insultato da un individuo di classi inferiori, per il primo sarebbe stato normale, anziché sfidarlo a duello, colpirlo con un bastone, con una frusta, o farlo colpire dai propri servitori.
Il duello è oggi illegale in tutti gli Stati del mondo, eccetto il Paraguay.

Storia e formazione di un’istituzione sociale

Il duello, quale mezzo di riparazione di ingiurie, era sconosciuto nell'antichità, se non per trarre auspicio, come offerta alle divinità, da alcune popolazioni germaniche.
La prima, effettiva forma di duello si diffuse in epoca medioevale, processo per combattimento, ovvero la pratica di risolvere i contenziosi legali attraverso una sfida all'ultimo sangue; essa trovava invece larga applicazione in un numero di popolazioni germaniche, tanto che se ne trova traccia nei sistemi di leggi di Franchi, Turingi, Frisoni, Sassoni e Longobardi.
La veloce diffusione del duello giudiziario era favorita dal carattere combattivo di quei popoli che, peraltro, venendo in contatto con gli insegnamenti del Cristianesimo, si rafforzarono nella loro istituzione, anziché abbandonarla.
Infatti, se era vero, come ammaestrava la nuova religione, che Dio fosse la verità e la giustizia stesse, Egli non avrebbe potuto permettere che nel duello prevalesse l’ingiusto.
Se la legge salica del VI secolo proibì l'uso del processo per combattimento, la restrizione fu presto lettera morta.
La Chiesa cattolica, d'altro canto, cercava di resistere alla diffusione del processo per combattimento, non solo stigmatizzandolo, ma penalizzandone i partecipanti: al III Concilio di Valenza, tenuto nell'855 sotto Leone IV, venivano così indicati come assassino e suicida rispettivamente il vincitore e il vinto di un processo per combattimento che si fosse rivelato mortale.
Il Clero chiedeva che il processo per combattimento venisse sostituito dal giuramento nelle chiese, onde spaventare gli spergiuri con la minaccia delle pene eterne, ma i Signori, dediti alle abitudini guerriere, ritenevano più nobile sostenere i propri diritti con la spada.
La lotta della Chiesa contro le pratiche di giudizio per combattimento ebbero comunque la peggio quando Ottone II, salito al trono giovanissimo e nel pieno degli scontri per questioni ereditarie sollevate dalle signorie d'Italia, stabilì che le contestazioni venissero risolte col combattimento, e che allo stesso modo si risolvessero i nodi ereditari sui feudi.

Ma come fu che il duello divenne pratica in difesa dell’onore, piuttosto che un processo per combattimento, in genere per dirimere questioni economiche o giudiziarie?
La fioritura dei Comuni nell'XI e nel XII secolo nel nord Italia portarono la situazione economica a essere meglio gestita attraverso le vie giudiziarie ordinarie, grazie alla ramificata amministrazione che veniva fatta dai podestà e dai sindaci.
Il passaggio dal duello come mezzo di risoluzione delle controversie al mezzo di difesa dell'onore si ebbe nel XV secolo, in cui si stabilì l'usanza, tutta aristocratica, di chiedere al re l'autorizzazione a combattere in campo chiuso a fronte di un'offesa ricevuta.
Il re, che assisteva al combattimento, poteva interromperlo in qualunque momento, gettando lo scettro tra i combattenti. La superstizione ancorata alla presenza del giudizio di Dio, tale quindi da assicurare la vittoria al giusto e la punizione all'ingiusto, non venne abbandonata, ma il combattimento assunse certamente più un carattere di guerra privata, per motivi più personali che di persecuzione legale.
Nel 1547, Enrico II di Francia autorizzò un duello tra gentiluomini della sua corte, ma, essendo rimasto ucciso un suo caro amico, proibì qualunque altro duello fosse stato richiesto sui suoi domini. Non dovendosi più aspettare alcuna autorizzazione regale, dunque, i nobili di tutta la Francia si sentirono in dovere di lavare ogni loro minimo capriccio col sangue, e senza alcuna regolamentazione.
Un canone del 1563 promulgato durante il Concilio di Trento insorse contro questa pratica, minacciando di scomunica tutti coloro che partecipassero a qualunque forma di duello: i duellanti, i secondi, o padrini (coloro che accompagnavano i duellanti al combattimento), i giuristi che vegliassero sullo scontro, gli spettatori, l'imperatore, i re, i duchi, i principi, i marchesi, i conti e qualsiasi altro signore avesse offerto un terreno su cui avesse permesso la cosiddetta singolar tenzone. E, come settecento anni prima, vietò la sepoltura ecclesiastica per chi fosse morto nello scontro.

Un caso esemplificativo di come, nel tardo cinquecento e nel seicento, il duello avesse ormai preso piede e fosse diventato un’istituzione sociale completamente incontrollata, è costituito dalla Francia.
L’uso era diventato così comune che i duelli decimavano l’aristocrazia ed indebolivano così il pilastro della società del tempo: nel 1599 il re di Francia Enrico IV promulgò una legge che proibiva la riparazione alle ingiurie attraverso il duello, intimando ai contendenti di rivolgersi ai tribunali ordinari. Le manchevolezze nei controlli furono evidenti per il fatto che un cronista del tempo, Pietro de l'Étoile, evidenziò la morte in duello di più di 7.000 gentiluomini tra il 1589, anno di ascesa al trono di Enrico, e il 1608.
Un nuovo editto regio nel 1609, capendo l'inevitabilità della situazione, autorizzava la concessione di nulla osta ai duelli a tutti coloro che lo richiedessero, purché si trattasse di insulti gravi all'onore di un cavaliere: a chi richiedeva l'autorizzazione per futili motivi, era destinata una punizione di variabile entità. Per chi duellava senza autorizzazione, era prevista una serie di sanzioni amministrative e penali, che spaziavano dalla condanna a morte, all’alienazione dei beni.
Con la morte di Enrico IV, avvenuta nello stesso anno dell'ultimo editto, gli aristocratici ricominciarono con furore a duellare tra di loro, a dispetto di tutte le leggi vigenti.
Nei decenni successivi, la situazione era divenuta così grave che Richelieu descrisse nelle sue Memorie:

« I duelli erano divenuti sì comuni, che le strade servivano da campo di combattimento e come se il giorno non fosse abbastanza lungo per eccitare la loro furia, i duellanti si battevano alla luce delle stelle o delle fiaccole che tenevano luogo di sole funesto. »

È del 1647 l'editto del Cardinale Mazzarino che riassunse tutte le proibizioni sull'argomento fino ad allora diffuse, ma senza risultato.
Soltanto la fermezza del Re Sole (che fece effettivamente applicare le pene di morte e alienazione dei beni previste per i duellanti dall’ordinamento giuridico) permise una diminuzione del fenomeno, tornato vigorosamente in auge alla sua morte (1715) e durante il regno di Luigi XV, che fu incapace di confermare la stessa energia del bisnonno nel mantenimento dei propri editti.
Il ”barbaro costume del duello” fu duramente attaccato da Rousseau durante l'Illuminismo, che tanto cambiò la società francese – ma i risultati furono disastrosi, se è vero, come sembra, che le dispute cominciarono a essere lavate col sangue anche tra gentiluomini della neonata borghesia, al punto che chi si rifiutava di battersi era da considerarsi disonorato.
La Rivoluzione Francese e l'era Napoleonica travolsero tutto, e anche il costume del duello divenne un argomento di secondaria importanza nelle assemblee del legislatore: l'attenzione al problema venne meno, tanto che nel Codice Penale del 1791 e in quello del 1810 non si fa menzione degli scontri tra gentiluomini – probabilmente con la convinzione che, distrutta l'aristocrazia, il vizio fosse morto con questa.
In realtà questa autogiustificazione non aveva riscontro nei fatti: tracce di duelli alla pistola, in ambienti altolocati e nobiliari, rimangono nei processi giudiziari fino al 1938, data in cui l’ultima norma anti-duello fu circoscritta nel Regio Decreto Legge 1930 dell’allora Regno d’Italia.

A tal proposito, è rimasto nella storia legislativa inglese, pochi decenni dopo l’epoca del nostro GdR, il cosiddetto ”Caso Thornton”, a proposito appunto d’un duello.
In Inghilterra, infatti, il combattimento giudiziario era sopravvissuto come strumento processuale uniformemente e universalmente accettato – sebbene fosse stato da lungo tempo abbandonato dalle procedure penali –, tanto che solo nel 1819 venne eliminato dal codice.
Il duello d'onore, d'altro canto, era reputato uno strumento illegale, ancorché molto praticato.
L'istanza di abrogazione parlamentare venne proposta per la prima volta nel 1818, al processo Ashford contro Thornton, per omicidio.
L'accusato, Thornton appunto, invocò l'antica legislazione che permetteva di giustificarsi combattendo, un'istruttoria che fu accolta esclusivamente perché nessuno aveva ancora abrogato un articolo vecchio di secoli e ampiamente desueto. L'accusatore, Ashford, ritirò l'accusa, assai meno sicuro della propria forza che della giustizia divina.
La proverbiale imperturbabilità dell'animo dei britannici fece sì che il duello si presentasse come fatto episodico, ancorché frequente, e ben lontano dalla frequenza che aveva fatto strage degli strati più vivaci dell'aristocrazia francese.
Nei codici legislativi inglesi si trova dunque relativamente poco, in materia di duelli, rispetto alla Francia; eppure, desta l'attenzione l'articolo del Codice Militare britannico, che privava della pensione la vedova di un ufficiale morto in duello, la memoria del cui marito era stata, pertanto, disonorata.


Regole del duello e suo meccanismo

I duelli potevano essere combattuti con diversi tipi di spada (come per esempio la sciabola o lo stocco) o, dal Settecento, con la pistola.
Alcuni armaioli si erano specializzati nella fabbricazione di apposite pistole da duello a colpo singolo, utili esclusivamente allo scopo del combattimento regolamentato tra due persone. Erano armi preziose, che spesso venivano tramandate di padre in figlio, eleganti e riccamente decorate.
Dopo l'onta, che poteva essere reale o immaginaria, la parte offesa chiedeva soddisfazione a chi aveva perpetrato l'insulto comunicandoglielo inequivocabilmente con un gesto simbolico come buttare un guanto davanti a lui.
Il simbolismo, che si rifaceva ai cavalieri medievali, era indicato nell'esplicita richiesta fatta da pari a pari da parte di chi chiedeva soddisfazione: lo sfidato doveva accettare (da cui il detto "raccogliere il guanto della sfida") o ritenersi disonorato.
Contrariamente all'idea comune, schiaffeggiare qualcuno col guanto non costituiva una sfida di per sé, ma poteva capitare da parte dello sfidato, che schiaffeggiando lo sfidante col suo stesso guanto accettava la tenzone.
Le controparti nominavano una persona di fiducia in loro rappresentanza (un secondo, o padrino) il cui scopo era selezionare un luogo di ritrovo, col criterio dell'intimità e della riservatezza, affinché il duello potesse svolgersi senza interruzioni. Per questa stessa ragione, e per seguire una tradizione che si radicò molto presto, i duelli avevano luogo all'alba. Era altresì dovere dei secondi accertarsi che le armi utilizzate fossero uguali, e che il duello fosse corretto.
A scelta della parte offesa, il duello poteva essere di tre tipi:

1)Al primo sangue, pertanto il duello sarebbe stato interrotto non appena uno dei duellanti fosse stato ferito dall'altro, anche se la ferita era di lieve entità;
2) Tale da proseguire finché uno dei duellanti non fosse così ferito o stanco da essere fisicamente incapace di continuare;
3)All'ultimo sangue, e in tal caso non sarebbe stata ottenuta soddisfazione se non dalla morte di uno dei contendenti.

In alcuni duelli di spada non era infrequente che il secondo intervenisse per sostituire il contendente che per qualche ragione non poteva continuare - una pratica permessa quando il duellante sostituito non aveva le capacità per maneggiare con dovizia un'arma bianca.

L'avvento delle armi da fuoco cambiò le cose. In tal caso, a una distanza stabilita, i duellanti sparavano un colpo. A questo punto lo sfidante poteva, anche se nessuno era stato colpito, dichiararsi soddisfatto e dichiarare concluso il duello.
Altrimenti, un duello poteva continuare fino al ferimento o all'uccisione di uno dei duellanti – ma continuare oltre il terzo scambio di fuoco era considerato barbaro (oltre che ridicolo, se nessuno era stato colpito). Nei duelli di pistola le condizioni erano tali, dunque, che una o due parti in causa potevano volontariamente mancare il bersaglio per soddisfare le condizioni del duello, senza che alcuno si facesse male o dovesse sentire il proprio onore leso.
Va detto che la grande maggioranza dei duelli di pistola era al primo o all'ultimo sangue, in virtù delle proprietà dell'arma, e lo sfidante poteva dichiararsi soddisfatto in qualunque momento.
Nei duelli con armi da fuoco i contendenti generalmente iniziavano lo scontro mettendosi schiena contro schiena, impugnando le proprie pistole cariche, per poi fare un certo numero di passi precedentemente concordati, al termine dei quali avevano modo di girarsi fronte al nemico e sparare. Generalmente, più grave era l'insulto e meno erano i passi che i duellanti dovevano fare. In alternativa, veniva decisa dai secondi una distanza, segnata per mezzo di spade conficcate verticalmente nel terreno. Al segnale convenuto, spesso un fazzoletto lasciato cadere, i contendenti potevano avvicinarsi al segno sul terreno e fare fuoco a volontà: era un sistema che riduceva le possibilità di inganno, permettendo ai contendenti di non doversi fidare sul fatto che l'avversario si girasse in anticipo.
Meno noto al pubblico, anche se presente in famosi film come Barry Lyndon, di Stanley Kubrick, è il duello "all'inglese", dove i condententi si fronteggiano direttamente a dieci passi di distanza, mirando l'uno all'altro e sparando al segnale. Un altro sistema prevedeva spari alternati: in questo caso, lo sfidato era il primo a sparare.
Talvolta, i duelli venivano per le difficoltà di convenire le condizioni del methodus pugnandi.
Per esempio, nel duello cui avrebbe dovuto prendere parte il dottor Richard Brocklesby, non ci si mise d'accordo sul numero di passi; nella questione tra Mark Akenside e Ballow, il primo aveva affermato che non avrebbe mai combattuto di mattina, il secondo si rifiutava di duellare al pomeriggio.
Un simpatico episodio si ebbe quando lo sfidato Lord Talbot chiese all’agguerrito sir John Wilkes, che al contrario non badava alle ciance quando doveva duellare, quante volte avrebbe inteso sparare; Wilkes rispose: "tanto spesso quanto la Signoria Vostra desidera; ho portato con me una borsa di proiettili e una sacca di polvere da sparo."

La psicologia dietro al duello

Con l’elaborazione dell’etica del duello, l’aristocrazia si consolava pensando ad un passato immaginario: quello della tenzone medievale, di quel mondo di nobiltà di sangue da cui dicevano discendere. I nobili stessi erano, in un certo senso, inconsci simulatori che si pavoneggiavano con piume posticce per convincere se stessi e impressionare gli altri.
Il duello era un modo per rendere la simulazione più convincente, poiché portava una nota di dura realtà all’interno della finzione. Tutto ciò si spiega solo all’interno di una realtà sociale e politica complessa com’era quella europea; nella sua forma più rituale il duello è senz’altro una delle pratiche più incredibili registrate dalla storia dell’uomo.
Il duello contribuiva a rafforzare quella convinzione, lasciando l’individuo, solo con se stesso, ad affrontare il proprio destino, con il solo conforto dell’orgoglio di appartenere a una fetta scelta dell’umanità e del rispetto dei doveri che ciò gl’imponeva.
Ogni incontro rappresentava un puntello per la classe intera, almeno fino al momento in cui l’opinione pubblica esterna raggiunse la forza sufficiente a bollarlo come ridicolo e/o criminoso. Ma questa stigmatizzazione, singolarmente per il tributo di morti che la pratica richiedeva, si verificò con lentezza sorprendente. L’aristocrazia resisteva grazie a qualità che le assicuravano l’ammirazione, sia pure riluttante. Come la monarchia, essa si trasformò sempre di più in un attore che recitava una parte complessa. La sua condotta manierata, ma non priva di elementi di valore umano, colpiva la borghesia quanto la sua audacia in guerra.
Prima di tutto il duello era illegale, soprattutto per chi non faceva parte dei corpi militari direttivi. Il duellante dunque si poneva al di sopra della legge e dimostrava che il rispetto di sé, ovvero della sua classe, era più importante di qualunque decreto. All’inizio dell’era moderna i monarchi assoluti europei costrinsero i loro nobili a rispettare una serie di leggi, ma essi vollero a tutti i costi mantenere una sfera di autonomia, magari priva di senso, ma importantissima dal punto di vista simbolico.
Una classe sradicata dal proprio contesto originario può tendere ad adottare costumi che rappresentino simbolicamente il suo ruolo, un tempo vitale; così la nobiltà feudale era devota alla guerra e, quando ormai la maggior parte dei suoi membri aveva smesso di occuparsi di questa attività, continuava a farsi ritrarre in antiche armature, magari combinate in modo anacronistico con merletti e parrucche.
Il duello di fatto esercitava sull’individuo una forma di costrizione sociale estrema e il fatto che i gruppi che lo accettavano fossero disposti a sottomettersi volontariamente a quella disciplina, mentre avevano per tanto tempo e così fieramente rifiutato di sottomettersi all’autorità dei loro governi, contribuisce a spiegare la loro ostinazione corporativa, talvolta con risultati ridicoli e caricaturali.
Jean de La Fontaine, per esempio, fu costretto a sfidare un amico che era stato disinibito con la moglie, il povero scrittore non aveva mai preso in mano una spada e fu subito disarmato.
I due amici tornarono a casa a braccetto: entrambi non avrebbero combattuto il duello se la legge non scritta cui dovevano necessariamente piegarsi non l’avesse imposto.
Declinare una sfida, per qualsivoglia ragione, significava «affrontare il terribile marchio della disapprovazione della società».
I personaggi più altolocati si trovavano spesso «fuori»; duchi e marchesi francesi, come i pari inglesi, erano ben rappresentati in quell’ambito e poteva succedere che perfino alcuni membri delle famiglie reali scendessero in campo. Il conte d’Artois, il duca di York, o due di loro insieme, il duca di Montpensier contro quello di Siviglia ecc. Nella sfera del duello come in altre imperava la massima del noblesse oblie, e i capi della società non dovevano mostrarsi meno pronti degli altri, quando era in gioco l’onore.
Se l’uomo che aveva la ragione dalla sua parte veniva ucciso, o ferito, allora aveva fatto un sacrificio in nome della propria virtù; se era l’aggressore a morire o ad essere ferito, si poteva dire che aveva espiato la sua colpa. Ma entrambi correvano lo stesso rischio; visto dal punto di vista del singolo individuo, infatti, il duello è assolutamente irrazionale, ma non se lo si pensa come istituzione della quale beneficiava una classe; un ordine sociale.
Come le faide familiari, anche il duello poteva avere lo scopo di vendicare un torto fatto a una famiglia o a un gruppo e il coraggio dimostrato in quell’occasione rafforzava la reputazione del gruppo in questione; esso però riguardava direttamente solo due individui. Nella società europea che andava evolvendosi sempre più sulla strada dell’individualismo commerciale, che aveva contagiato in parte perfino la mentalità tradizionalista di una classe chiusa in se stessa come l’aristocrazia, andava formandosi la concezione fortemente presente per esempio nella letteratura romantica, elisabettiana o byroniana, dell’individuo che si misura da solo contro il mondo, dell’uomo che si erge contro la società.
A favore del duello François Billacois scrive: «È una scuola di amicizia più che una esperienza di odio».
Futilità dei motivi, facilità alle riconciliazioni, solidarietà spesso per il bisogno comune di sviare la polizia: tali sono, spessissimo, i rapporti reali degli antagonisti.
Il duello, dove ci misura, dove ci si valuta, dove ci si scopre, dove si afferma se stesso insieme all’altro diventò sovente un segno di riconoscimento fra giovani nobili, una sorta di prova iniziatica la cui tradizione veniva tramandata. Per i duellanti molto giovani, l’avversario in certo senso non era un nemico ma un complice.
Contro il duello, il filosofo Blaise Pascal scrive:

« La passione dominante delle persone di questa condizione è il punto d’onore, che li impegna ad ogni momento in violenze che sembrano assai contrarie alla pietà cristiana; sicchè si dovrebbe escluderli quasi tutti di nostri confessionali, se i nostri Padri non avessero un poco allentato la severità della religione per adeguarsi alla debolezza degli uomini. Ma siccome volevano restare attaccati al Vangelo per il loro dovere verso Dio ed alle genti del mondo per la loro carità verso il prossimo, hanno avuto bisogno di tutta la loro acutezza per trovare degli espedienti che sistemassero le cose con tanta giustizia che si potesse mantenere e riparare il proprio onore con mezzi di cui ci si serve ordinariamente nel mondo, senza nondimeno ferire la propria coscienza, al fine di conservare insieme due cose così diverse come la pietà e l’onore. »



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